Come un fiume…vetro e fumo

Come la mano delicatamente poggiata sulla nuca. Come il tempo che scorre imitando l’acqua sulle pietre erose. Come la pioggia che inesorabile compie il suo ciclo nonostante tutto. Come un profumo, sempre lo stesso, che ti manda a puttane il sistema endocrino. Come un respiro sul collo che non mi perderei per nulla al mondo. Come una emozione condivisa che non tornerà mai più. Ed è capitata per puro, semplice, fottuto caso. Come la stretta allo stomaco che ti prende quando sai di dover ingoiare qualcosa di duro, di pungente. Magari un po’ di gelosia, magari un po’ di rabbia. Sai che lo devi ingoiare per non perdere quei momenti che chissà quando ricapiteranno. Come una risata perfettamente scandita sotto le dita. Come un “si, continua” seguito da un applauso silenzioso. Come una parole lì sulla punta della lingua, che non verrà fuori. E lo sai benissimo. E sai benissimo che non accadrà e che ti senti, e ti sentirai per i giorni a venire, un coglione patentato. Come il corpo che non conosce dolore, né fame né alcun bisogno che sia fuori da quelle mura di pace e solitudine a due.

Come un fiume di emozioni di cui vuoi liberarti. Per non affezionarti troppo. Per non farlo troppo tuo. Per non sentirlo scendere, goccia a goccia, sotto la pelle. E infettarti l’anima. Come un fiume che fa paura, limpido e nero. Nero e limpido. Perché annegheresti volentieri in quegli occhi. Perché ti lasceresti stringere volentieri da quelle mani. Stringere il collo, semmai. Perché è quello che sta accadendo, e niente di più. E tu non puoi farci nulla, devi ingoiare quel boccone pungente come la gelosia. Come la rassegnazione cieca.
E allora cerca per il fiume un letto più capiente di un cuore di vetro tagliente e fragile. Cerca un letto, che non sia il mio, che porti quelle emozioni silenziose a implodere nel nulla.
Perché io ti amo, in un respiro sul collo e in una emozione condivisa che non tornerà più, perché è capitata per puro, semplice, fottuto caso. Ma per questo fottuto caso, io ti amo.

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Sushi, caffè, Verona

34434r24Per i tuoi bei capelli. Per l’amore versato in un cappuccino da portar via. Nel vento gelido di un tardo pomeriggio di Verona. Per un bel pensiero in quel vento gelido. Sotto i guanti, una foto che immortala la gioia di una quasi promessa.
Per le risa tra le bancarelle. Hai parlato troppo forte. Ma non sento. Ho un regalo da comprare. Non andrò via di qui senza quel regalo tra le mani. Ma questa volta non proverò neanche un paio di jeans. Per i tuoi bei capelli. Camminare fino a sentir male ai piedi. Dirti che l’Arena mi par tanto simile al Colosseo, solo per vederti sorridere. Solo per sentire le tue dita stringersi forte intorno al mio braccio. Solo per rendere tutto più perfetto. Non stringere i denti neppure per un secondo, mentre il vento mi gela i capelli. Mentre le tue dita tra i miei capelli. La cravatta, la camicia nuova e un sorriso solo per me. Sei il respiro prima del regalo. Sei il desiderio di non scappare. Sei un bisogno urlato sotto la pioggia. Io resto qui tra le ombre di una foto venuta male. Resto qui su questo ponte sull’Adige. Resto qui per queste strade lungo le quali ti ho trascinato. Resto qui, immobile, a fissare la corrente impetuosa di un canale. Come il mio cuore sotto le tue carezze. Per i tuoi bei capelli. Per l’amore versato in un cappuccino da portar via che scalda le dita con la gioia di una quasi promessa.

Vorrei rituali settimanali e mensili

Vorrei quei piccoli rituali casalinghi. Vorrei la pizza di domenica. A domicilio. Perché di lunedì c’è lavoro per entrambi. Vorrei ordinare la pizza a casa ogni domenica sera. Vorrei vedere mio marito rispondere al citofono, mentre io vado alla ricerca di quel plaid che mi ha regalato qualche anno prima.

Un legame tra le bozze

Mi piace quando restiamo in silenzio a cercare e smistare i pezzi di un puzzle sempre più complesso, ma sempre più fattibile dalle nostre mani allenate. Che si incrociano, si sfiorano e si sorridono tra gli incastri che si respingono l’uno l’altro.
Quando sono arrabbiato. E non ho voglia di chiarire. E non ho voglia di guardare le parole che si precipitano dalle tue labbra ai miei gomiti. Tu che rovesci il contenuto confuso di una scatola. Io che immergo le dita tra piccoli pezzi di cartone colorato. Tu. Tu che mi aiuti a ricostruire un paesaggio difficile. Contorni e sfumature come confini che si spezzano sotto gli occhi.
La nostra coperta è ricettacolo di incastri perfetti. Quando sono sulle mie. Quando sei sulle mie.

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Sembra così senza pensieri quella liscia strada bagnata

Non voglio esserci. Non voglio sentire. Quello allo specchio non sono io. I miei piedi non si stanno muovendo. Le mie dita non sono strette. Il tessuto dei pantaloni non aderisce alle mie gambe così come sembra. Quel sudore non è mio. No, non sto facendo ciò che mi hai detto. No, non riuscirò a fare ciò che mi hai detto. Non voglio che faccia male. Desidero essere un ragazzo come tanti. Voglio che per me non abbia significato tutto questo. Perché non voglio soffrire. Desidero occhi velati di nulla. Desidero tornare a sentire quei rumori intorno a me che mi risucchiano e mi smarriscono. Desidero provare quel che si prova quando si è tristi e si ascolta una canzone. Desidero poter discernere e gradire i suoni. Desidero essere trasportato lontano da dolci distrazioni. La mia energia è filo spinato. Odio essere importante. Odio essere sempre lì sul punto di cascare dalle mie parallele. Odio amare così teneramente il sudore che mi scorre lungo gli zigomi. Vorrei gettare via i miei pensieri come carta straccia. Su cui tutti hanno provato la loro nuova biro. Invece ho ripiegato quel foglio stropicciato e l’ho portato con me, nella tasca posteriore dei jeans. In modo che possa ricordarmene continuamente. Quando cammino. Quando mi trattengo negli spogliatoi. Quando stringo i miei polsi tra lividi e amarezza. Voglio che per me non sia importante. Voglio che non abbia significato. Voglio essere come tutti gli altri ragazzi. Voglio non essere svegliato ogni notte dal mio talento che sanguina stretto nella morsa di aspettative e mezze ragioni di vita. Non voglio che faccia male.

Lì, agli angoli di strade quasi immaginate

Resterei ore in questa stanza, disteso a pancia in giù su queste lenzuola scure, sfogliando le pagine del tuo libro. E rincorrerti per mettere i piedi sui tuoi, mentre l’acqua della doccia scorre troppo tiepida per me.
Voglio passeggiare tutta la notte, fino al dolore ai piedi. Fino a quando avrò collezionato ogni fontana in ogni angolo di strada. Nelle nostre bottiglie.

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Ogni angolo di strada, ogni muro dove poco prima batteva il sole. Ogni angolo sotto la tua guancia stanca. Sul mio petto. In ogni angolo nudi e stretti fino all’alba. In un flebile desiderio come il profumo del burro sulle labbra.
Quando i segni dei sospiri notturni annegano nel latte e caffè, tra le mie dita strette in una manciata di anelli colorati. Ci stanno tutti, tutti, tra le pieghe dei miei palmi scintillano ancora nuovi, ancora lucidi. Chissà quanti li toccheranno prima di portarli via di lì. Ma io voglio solo comprare un po’ dei tuoi sorrisi. Tra gli anfibi e le felpe stampate.
Perché i capelli lunghi ti donano.
Perché ti dona quell’espressione divertita mentre entro in ogni angolo dei tuoi ricordi.

Ho bisogno di un rifugio

Ho bisogno di un rifugio. Ho bisogno di chiudere gli occhi e restare qui, con la luce della porta finestra che mi picchia sulla schiena. E pigiare tasti a caso in cerca di una qualche catarsi. La stazione. Una matita tra le lenzuola. Il gatto alla finestra. Il sushi. Tra queste stanze vuote ora ritrovo ogni traccia di te. Tra quelle mensole e una parete da rifare rivedo te e i tuoi riccioli. Rivedo te mentre tagli panini e inforni le patate. Rivedo i pantaloncini, gli occhiali e i fogli da découpage. La sveglia che non sento, le tue braccia che mi fanno da sveglia. Recuperarmi dal bordo del letto e stringermi a te. Non voglio alzarmi. Voglio restare così, come quando l’acqua della doccia è alla giusta temperatura per abbracciarmi e stringermi le dita sulle spalle. Non so se sento più forte le tue dita che stringono e affondano nella mia pelle, o la tua barba che sfiora la mia. I tuoi denti che si chiudono sulle mie labbra. Mentre l’acqua accompagna i miei brividi e scorre giù lungo le gambe, in schiuma profumata.

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E ora la luce sulla mia schiena. Senza le tue mani. Senza nulla a stringermi e raccogliermi dal bordo del letto. Nulla a farmi da sveglia e parlare al gatto che osserva i nostri movimenti dai suoi cuscini. Ma quel profumo delle tue magliette è ovunque, tra queste stanze. La stazione. Una matita tra le lenzuola. Il gatto alla finestra. Il sushi. Adesso è tutto un po’ più difficile.

 

Come zucchero

In cerca di stelle. Ti ho promesso che saremmo saliti lassù. Porta con te il tuo desiderio, perché in queste sere potrai esprimerlo e sicuramente lo vedrai avverarsi. Parcheggeremo la macchina e scenderemo a guardare tutto il mondo da lì. I lampioni, il panorama e il tuo sorriso. Le luci che si muovono piano sullo sfondo, un agglomerato di puntini colorati che in una vallata contornata di buio e selve, sembrano vivi. Riesco a vedere l’autostrada, guarda lì. Puntare una riga composta da tanti piccoli puntini chiari che scivolano come gocce d’olio su una pista nera. Puntare col dito, guarda lì. Ma ci sono troppi lampioni accesi questa sera. Avrebbero dovuto spegnerli, almeno adesso, almeno per le stelle. Solo un pezzo di cielo è sgombro dalla luce furiosa e impertinente che costeggia il sentiero che percorriamo, tenendoci a tratti per mano. Le tue dita scivolano nelle mie e poi tornano a rifugiarsi nelle tasche dei pantaloni. Esattamente come accade a me. Solo un pezzo di strada è perfettamente buio. Solo un pezzo di cielo ci è concesso. Ma se alzo la testa il mio campo visivo è tempestato di stelle. Come zucchero su una lastra di vetro scuro. Zucchero sparso a caso tra le mie dita. Sotto le unghie. 

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Ma non ci sono stelle cadenti, stasera. Resto a guardare e mi perdo tra il cielo e la tua mano che mi cerca. Una stella cadente di diversa consistenza e provenienza mi sfiora il braccio, dalla spalla al gomito mi sento percorso dalla scia fresca del tuo palmo e il tuo profumo che si avvicina. 
Stasera facciamo l’amore? Mi sembra di sentirti sussurrare. L’agglomerato di luci sullo sfondo va a diradarsi ed ora sembra lontano. Con la coda dell’occhio ne vedo la fine, dietro una montagna nera. Solo un pezzo di cielo mi è concesso per rabbrividire lì, al buio, da soli, o quasi. 
Non ho visto alcuna stella cadente, il tuo desiderio dovrai riportarlo con te, e cercare di realizzarlo con un’altra magia. Come sei capace di fare ogni volta.