Sushi, caffè, Verona

34434r24Per i tuoi bei capelli. Per l’amore versato in un cappuccino da portar via. Nel vento gelido di un tardo pomeriggio di Verona. Per un bel pensiero in quel vento gelido. Sotto i guanti, una foto che immortala la gioia di una quasi promessa.
Per le risa tra le bancarelle. Hai parlato troppo forte. Ma non sento. Ho un regalo da comprare. Non andrò via di qui senza quel regalo tra le mani. Ma questa volta non proverò neanche un paio di jeans. Per i tuoi bei capelli. Camminare fino a sentir male ai piedi. Dirti che l’Arena mi par tanto simile al Colosseo, solo per vederti sorridere. Solo per sentire le tue dita stringersi forte intorno al mio braccio. Solo per rendere tutto più perfetto. Non stringere i denti neppure per un secondo, mentre il vento mi gela i capelli. Mentre le tue dita tra i miei capelli. La cravatta, la camicia nuova e un sorriso solo per me. Sei il respiro prima del regalo. Sei il desiderio di non scappare. Sei un bisogno urlato sotto la pioggia. Io resto qui tra le ombre di una foto venuta male. Resto qui su questo ponte sull’Adige. Resto qui per queste strade lungo le quali ti ho trascinato. Resto qui, immobile, a fissare la corrente impetuosa di un canale. Come il mio cuore sotto le tue carezze. Per i tuoi bei capelli. Per l’amore versato in un cappuccino da portar via che scalda le dita con la gioia di una quasi promessa.

Vorrei rituali settimanali e mensili

Vorrei quei piccoli rituali casalinghi. Vorrei la pizza di domenica. A domicilio. Perché di lunedì c’è lavoro per entrambi. Vorrei ordinare la pizza a casa ogni domenica sera. Vorrei vedere mio marito rispondere al citofono, mentre io vado alla ricerca di quel plaid che mi ha regalato qualche anno prima.

Un legame tra le bozze

Mi piace quando restiamo in silenzio a cercare e smistare i pezzi di un puzzle sempre più complesso, ma sempre più fattibile dalle nostre mani allenate. Che si incrociano, si sfiorano e si sorridono tra gli incastri che si respingono l’uno l’altro.
Quando sono arrabbiato. E non ho voglia di chiarire. E non ho voglia di guardare le parole che si precipitano dalle tue labbra ai miei gomiti. Tu che rovesci il contenuto confuso di una scatola. Io che immergo le dita tra piccoli pezzi di cartone colorato. Tu. Tu che mi aiuti a ricostruire un paesaggio difficile. Contorni e sfumature come confini che si spezzano sotto gli occhi.
La nostra coperta è ricettacolo di incastri perfetti. Quando sono sulle mie. Quando sei sulle mie.

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Sembra così senza pensieri quella liscia strada bagnata

Non voglio esserci. Non voglio sentire. Quello allo specchio non sono io. I miei piedi non si stanno muovendo. Le mie dita non sono strette. Il tessuto dei pantaloni non aderisce alle mie gambe così come sembra. Quel sudore non è mio. No, non sto facendo ciò che mi hai detto. No, non riuscirò a fare ciò che mi hai detto. Non voglio che faccia male. Desidero essere un ragazzo come tanti. Voglio che per me non abbia significato tutto questo. Perché non voglio soffrire. Desidero occhi velati di nulla. Desidero tornare a sentire quei rumori intorno a me che mi risucchiano e mi smarriscono. Desidero provare quel che si prova quando si è tristi e si ascolta una canzone. Desidero poter discernere e gradire i suoni. Desidero essere trasportato lontano da dolci distrazioni. La mia energia è filo spinato. Odio essere importante. Odio essere sempre lì sul punto di cascare dalle mie parallele. Odio amare così teneramente il sudore che mi scorre lungo gli zigomi. Vorrei gettare via i miei pensieri come carta straccia. Su cui tutti hanno provato la loro nuova biro. Invece ho ripiegato quel foglio stropicciato e l’ho portato con me, nella tasca posteriore dei jeans. In modo che possa ricordarmene continuamente. Quando cammino. Quando mi trattengo negli spogliatoi. Quando stringo i miei polsi tra lividi e amarezza. Voglio che per me non sia importante. Voglio che non abbia significato. Voglio essere come tutti gli altri ragazzi. Voglio non essere svegliato ogni notte dal mio talento che sanguina stretto nella morsa di aspettative e mezze ragioni di vita. Non voglio che faccia male.

Dolce come il silenzio

Le ombre proiettate dalle mie dita su quel muro illuminato. Un silenzio in cammino, tra le imperfezioni invisibili lasciate dalla vernice.

Mi ricorda i miei primi spartiti, quando le dita pigiavano i tasti in una danza sui solchi di un esercizio mnemonico, e gli occhi si perdevano sugli spazi bianchi al di sotto e al di sopra del pentagramma. Su quel che di bianco restava di quelle pagine cosparse di scale combinate e di diesis in chiave.

Spazi bianchi. Le mie dita proiettate lasciano spazio all’ombra del mio volto. Mi rigiro su me stesso e guardo di sfuggita il mio profilo disegnato in chiaroscuro. Lì a pochi centimetri da me. Il mio profilo che diventa irregolare per un ciuffo di capelli che non mi sta fermo dietro l’orecchio.
Il silenzio dietro l’orecchio, quando con le dita cercavo quei capelli che avvolgevano un mondo ovattato. Il mio nulla incantato. Spazi bianchi.
Non pensavo che quel nulla fosse così profondo. Non pensavo che fosse possibile perdere tanti pezzi. Ho familiarizzato con i passi silenziosi e con la pioggia dai sorrisi appena accennati. Ho familiarizzato, come con il sorriso che accompagna le mie ombre sul muro. Ho familiarizzato con gli spazi bianchi.

Sono sicuro che quei passi lì fuori, quelle voci in lontananza, quei motori, e anche quei respiri, siano troppo per me. Troppo per me che non li ho inclusi nel mio mondo. Troppo, perché alla stazione, mentre stringo al petto un libro dalle pagine stropicciate, assaporo per la prima volta il sibilo del treno. Respiro rumori confusi, e non riesco a pensare che il mondo sia questo. Che si possa vivere in possesso di infernali rilevatori di sospiri. Mentre stringo al petto un libro dalle pagine stropicciate, mi tremano le gambe. E non sono sicuro di voler muovere passi per arrivare a comprendere, distinguere e dare un senso a quel linguaggio così rumoroso. Dare un motivo per esistere a quelle urla nel nulla. Non sono sicuro di voler muovere passi per prendere quel treno.

Ho bisogno di rigirarmi su me stesso per dare un contorno più comprensibile al mio viso proiettato su quel muro illuminato. E sorridere pensando che le mie orecchie hanno l’unico, nobile, scopo di fermare ciuffi di capelli che si adagiano come piume sull’ombra del mio profilo.

Lì, agli angoli di strade quasi immaginate

Resterei ore in questa stanza, disteso a pancia in giù su queste lenzuola scure, sfogliando le pagine del tuo libro. E rincorrerti per mettere i piedi sui tuoi, mentre l’acqua della doccia scorre troppo tiepida per me.
Voglio passeggiare tutta la notte, fino al dolore ai piedi. Fino a quando avrò collezionato ogni fontana in ogni angolo di strada. Nelle nostre bottiglie.

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Ogni angolo di strada, ogni muro dove poco prima batteva il sole. Ogni angolo sotto la tua guancia stanca. Sul mio petto. In ogni angolo nudi e stretti fino all’alba. In un flebile desiderio come il profumo del burro sulle labbra.
Quando i segni dei sospiri notturni annegano nel latte e caffè, tra le mie dita strette in una manciata di anelli colorati. Ci stanno tutti, tutti, tra le pieghe dei miei palmi scintillano ancora nuovi, ancora lucidi. Chissà quanti li toccheranno prima di portarli via di lì. Ma io voglio solo comprare un po’ dei tuoi sorrisi. Tra gli anfibi e le felpe stampate.
Perché i capelli lunghi ti donano.
Perché ti dona quell’espressione divertita mentre entro in ogni angolo dei tuoi ricordi.

E’ sempre troppo presto

Siamo sempre stati Maestro e novizio, anche se nel nostro rapporto c’erano ironia e un cupo divario [..]
Ma lui era un adolescente, e il mio cuore di uomo ha sempre saputo che esisteva qualcosa di più raffinato e magnifico. Per quanto lo amassi, per quanto il semplice fatto di vederlo mi deliziasse, non potevo confessargli i miei più intimi timori o dolori. Non potevo raccontargli le storie della mia vita, erano troppo grandi per lui.

Mi perdo. Lascia che ti mostri come mi giro verso la finestra aperta e mi rimetto a dormire, mentre la tua sveglia suona. Lascia che ti mostri come mi fa sentire il contatto tra i tuoi capelli e la mia spalla.

Quella voglia di pane e ciliegie

Era esattamente oggi, o meglio, stasera.
Di sera, quando mi accorgevo che cominciava ad imbrunire già qualche minuto prima delle otto. Mentre fino a pochi giorni prima, alle otto era appena suonata la campanella dei giochi, e tutti iniziavamo a riunirci per tessere la trama di un’altra serata di nascondino e corse nell’erba alta, anche al buio, perché non ci faceva paura. Esplorare con le mani i mattoni nudi dei nascondigli più segreti, al buio, senza paura. Quel sapore caldo nell’aria, una gara in mountain bike senza mani, e mille lire per la Coca e il gelato. E quel rumore continuo dall’asfalto alle orecchie, che faceva da sottofondo al tardo pomeriggio e ai pantaloncini rovinati dalla terra e dall’acqua delle borracce improvvisate.
Era esattamente stasera, quando cominciavo ad accorgermi di come le giornate cambiavano. La sera ci copriva prima di sempre e mentre annusavo i mutamenti anche nell’aria, sulla panca in legno di casa mia si materializzava uno zaino e una pila di quaderni che mi avrebbero accompagnato a scuola. Ma la parte migliore era il diario.
L’attesa del primo giorno tra i banchi, un po’ malinconica e un po’ impaziente. E il ritorno da quel primo giorno, più malinconico che impaziente, per l’ora serale dei giochi che si restringeva sempre di più. Come i jeans di settembre. I jeans di settembre, in cui mi infilavano a forza, dopo la prima pioggia, che portava via l’estate e lavava i pantaloncini sporchi di terra e corse in bici. La pioggia, come quel rumore continuo dall’asfalto alle orecchie, che faceva da sottofondo ai miei silenzi, mentre stringevo i denti per ricacciare indietro le lacrime.
Porgere le narici ai primi, timidi, venti freddi, sguazzare nelle pozzanghere con le scarpe chiuse, perfettamente a mio agio in quei jeans e in quella camicia di cui, forse, sentivo un po’ la mancanza.
Le ultime volte in cui intingere le ruote della bici nella pozzanghera più grossa che abbia mai visto, quella tra i due pini giganti a dieci metri da casa. Le ruote usurate tracciavano cerchi dall’acqua all’asfalto quasi asciutto, che in pochi giri si inumidiva di nuovo, presentando trame complesse. Provavo sempre un po’ di dispiacere nel lasciar asciugare quelle tele d’asfalto senza firma.
L’odore acre della gomma, delle ruote e del grasso sulla catena della bici. Le mani sporche e le dita scorticate. Il sapore del gelato del tardo pomeriggio. Il tramonto nelle gambe stanche e la campanella dei giochi delle venti. Tutto lasciava il posto alla sensazione dei jeans scuri e spessi sulla pelle, e la camicia dai polsi ripiegati. Solo quel rumore di sottofondo, dall’asfalto alle orecchie, non lasciava il posto a qualcos’altro, ma cresceva ogni volta di un centimetro, come il mio corpo misurato a seconda degli abiti di settembre.

Ho bisogno di un rifugio

Ho bisogno di un rifugio. Ho bisogno di chiudere gli occhi e restare qui, con la luce della porta finestra che mi picchia sulla schiena. E pigiare tasti a caso in cerca di una qualche catarsi. La stazione. Una matita tra le lenzuola. Il gatto alla finestra. Il sushi. Tra queste stanze vuote ora ritrovo ogni traccia di te. Tra quelle mensole e una parete da rifare rivedo te e i tuoi riccioli. Rivedo te mentre tagli panini e inforni le patate. Rivedo i pantaloncini, gli occhiali e i fogli da découpage. La sveglia che non sento, le tue braccia che mi fanno da sveglia. Recuperarmi dal bordo del letto e stringermi a te. Non voglio alzarmi. Voglio restare così, come quando l’acqua della doccia è alla giusta temperatura per abbracciarmi e stringermi le dita sulle spalle. Non so se sento più forte le tue dita che stringono e affondano nella mia pelle, o la tua barba che sfiora la mia. I tuoi denti che si chiudono sulle mie labbra. Mentre l’acqua accompagna i miei brividi e scorre giù lungo le gambe, in schiuma profumata.

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E ora la luce sulla mia schiena. Senza le tue mani. Senza nulla a stringermi e raccogliermi dal bordo del letto. Nulla a farmi da sveglia e parlare al gatto che osserva i nostri movimenti dai suoi cuscini. Ma quel profumo delle tue magliette è ovunque, tra queste stanze. La stazione. Una matita tra le lenzuola. Il gatto alla finestra. Il sushi. Adesso è tutto un po’ più difficile.

 

Dimmi che esisto davvero

Il sole attraverso il finestrino mi fa bruciare gli occhi. Ho dormito solo venti minuti, o poco meno. In questo viaggio che mi sembra durare una eternità. Accanto a me c’è una ragazza dall’aria antipatica. Mi guardo intorno e poso di nuovo gli occhi sul libro che mi son portato dietro. Bianco, sorriso. Salvo. Saranno solo pochi giorni. Amarezza, disincanto. Seccatura. 
L’uomo di fronte mi lancia occhiate, di continuo. Quando mi volto verso il finestrino lui è lì che mi percorre tutto, dai capelli alle scarpe, che questa mattina ho allacciato come si deve. E’ brutto il suo sguardo, sento il suo fiato sul collo. E anche il suo fiato è brutto, immagino. Ma poi sorrido tra me e penso che forse la sua è una condizione che raramente ha conseguenze felici. Non riesco a riprendere la lettura del mio libro, perché lui mi guarda e colleziona istantanee del mio naso e della mia bocca. Lo sento addosso. Fanculo.
Bianco, sorriso. Salvo.

E sono qui, a pancia in giù su un letto non mio. Non ho disfatto la valigia, perché non ne ho bisogno. Non ho sciolto le stringhe delle scarpe, ma ora che sono scalzo loro sono allentate. Non voglio imparare a stringerle ogni dannata mattina. Due estathé, tre pesche e lo stomaco chiuso. E una bizzarra sensazione di quiete che pesa sulla schiena e mi preme contro questo letto troppo morbido per me. La tua presenza si fa spazio tra il vuoto cerebrale di questi attimi. Le tue parole scivolano da un sms e vengono a riempire l’aria satura di niente. Dimmi che esisti davvero. Mi giro su un fianco, dando le spalle alla luce violenta che invade la stanza dalle persiane chiuse solo a metà. Mi giro su un fianco, verso un muro dalla tinta tenue che ospita uno specchio. Guardo il mio orecchio, e da qui non riesco a scorgere il foro sul lobo che oggi non ospita alcun orecchino. Allento lo sguardo, come le stringhe sul pavimento. Dimmelo tu, che esisto davvero.