Solo sorrisi il tuo tocco

Io ti amo.
So solo dire questo. So solo pensare alle parole che mi vengono in mente quando mi compare il tuo viso davanti. E non sono parole, ma sensazioni, il tuo profumo, di quando ti accarezzavo passandoti la mano sulla schiena. Su e giù, e poi di nuovo su. Quando cercavo il tuo passo e sapevo che in qualunque angolo della casa avrei prima o poi incontrato il tuo sguardo. Il tuo sguardo appena sveglio. Il tuo sguardo quando mi seguivi da una stanza all’altra. Ritrovarti a guardarmi appena sveglio. Aprire gli occhi e vederti lì. Sentirti sulle mie gambe. Il peso del tuo respiro in attesa di un risveglio.
Solo sorrisi il tuo tocco. solo ghigni e carezze. Perché poi, lo so, tu sei lì, e non mi serve nient’altro. Il sentirsi a casa quando non c’è bisogno di parole per farsi capire. Solo con te non c’è bisogno di parole per farsi capire. Per capirsi. Se potessi dire delle parole ed udirne altrettante, per te non sarebbe lo stesso. Quindi è inutile sfogliare un vocabolario che sarebbe solo d’intralcio. Solo con te bastano le mie mani a farti sentire protetto. A farmi sentire fortunato. Sono fortunato, perché ho avuto il privilegio di incontrarti e di averti nella mia vita. Sono fortunato, perché ho dato un senso alla mia vita attraverso quel calore e quelle porte mai chiuse. Perché mi ha fatto sempre sorridere che i tuoi gusti fossero anche i miei. Lo abbiamo portato come motivo di vanto, ti ricordi? Qualcuno ha sorriso ai tuoi comportamenti bizzarri ed inusuali.
Quando anche arrabbiarsi è un segno di vicinanza. Quando allontanarsi è il segno di un legame più stretto delle catene impenetrabili del tuo animo insondabile. Quando è così, ha senso dire che ti amo.
Ha senso dire che c’è un posto che è solo tuo. Ed io sono nato con quel posto dentro e accanto a me. Sono nato con quel posto accanto a me nel mio letto. Nel mio sonno. Che era già tuo.

Solo che non è giusto non poterti passare la mano sul collo e giù sulla schiena ogni volta che voglio. Ogni volta che forse lo vorresti tu. Ma come faccio a vivere pensando che questo è solo l’inizio della tua assenza fisica? Come faccio a rifare il letto e non far sbiadire dai miei occhi l’immagine di te, lì sull’angolo, che aspetti. Aspetti qualcosa.
Scusami se non ti ho capito. Scusami per quando non sono riuscito ad entrare nel tuo mondo per capire certe cose. Certe cose che fino a quel momento per me erano sconosciute. Inesistenti. Ma tu scusami lo stesso. Perché quando penso a te penso che avrei voluto darti tutta la protezione di questo mondo, e anche di più. E non accetto di non aver compreso. Per me è come aver mancato in qualcosa. Volevo essere il tuo rifugio e la tua rete in caso di difficoltà. Sempre. Anche quando è impossibile esserlo. Perciò scusami se non sono stato previdente sull’impossibile. Perché tu meritavi il mondo. Meritavi le stelle e tutto quello che non si può toccare con le mani.
Ho paura che tutte le foto che ho di te nella mente possano scolorirsi. Ho paura di perdere ciò che di più prezioso ho ricevuto dalla vita. Non voglio che tu vada via. Non voglio non ricordarmi più ogni singolo particolare di te. Non voglio perdere nell’oblio quei pezzi di senso. Non voglio aver trovato un senso e poi averlo perso così come nuvole passeggere nel vento. Non voglio, come faccio? Ho paura, resta qui. Resta qui anche se questo significa piangere. Resta qui, voglio piangere. Voglio piangere sempre, se questo significa sentirti.
Voglio poter prometterti tutto questo. Perché tu sei stato un regalo.

Sono fortunato, perché la sensazione del tuo odore è tra le cose più belle che ho.

Quante volte a Venezia

Siamo stati qui prima di tutto. Siamo stati qui prima di renderci conto che eravamo incatenati l’uno all’altro. Siamo stati qui perché era così lontano dalla nostra realtà. Perché era così lontano dal traffico e dalla metro. Era così lontano.
Siamo stati qui prima di sapere. Prima che io avessi l’abitudine di collezionare tuoi sorrisi. L’abitudine sfacciata e dichiarata. Di dividersi la pizza e le caramelle.
Fa caldo fuori. E da una strana sensazione, ora, avere solo un fuori. Ho solo la pelle su cui il sole picchia. Anche mentre ti assicuro che starò bene mentre ti aspetto e bado alle valigie. Tu intanto controlla se hanno quel souvenir. Sii la mia bocca e le mie orecchie. Perché mi sono innamorato di quell’oggetto che riflette le mie dita in modo distorto. E la luce e il sole. E i tuoi occhi curiosi. Non so cosa sia, ma ne sono innamorato. Ora che ho solo un fuori, una bella corazza su cui mostrarmi attraente mentre dormo, lungo il viaggio. Tra le tue cose. L’acqua, il caffè, un tablet per comunicare.
E riaprire gli occhi pensando che nulla è vero. Come in un sogno mi sono ritrovato a pensare scioccamente di avere tra le mani souvenir ben incartati.

WP_20160828_13_26_25_Pro.jpgHo perso il contatto col reale. Ho perso il contatto con la certezza del confine tra ciò che c’è e ciò che potrebbe esserci. O potrebbe essere. Non so dove sia poggiato il mio piede. Se sul confine, o sul ciglio. Ad un passo dal burrone, o dalla verità. O entrambi.
Un oggetto dalle fattezze bizzarre, decise rotondità ed estremità accoglienti. Me ne sono innamorato. Ti ho visto pagarlo per me. Ti ho visto farlo incartare per me. Un souvenir come una foto di quella giornata. Ma tu lo sai cos’è?
Io ora l’ho capito, ora che il sole non batte più prepotente sulla mia pelle. E’ una musa di vetro. E sembra proprio la mia corazza, su cui mostrare, attraente, la luce e il riflesso delle dita. E i tuoi occhi curiosi.

Traccia una linea lì dove è l’alba

E tante righe, fitte righe. Pensieri, sospiri ed emozioni appena trapelate attraverso quelle insenature strategiche che sembravano crepe.
Tante righe, solo righe.
E fingere, fingere, fingere. Perché tanto lì dietro ci sono solo parole vuote. Non servono le orecchie per sapere che quelle sono nient’altro che parole vuote. Nient’altro che gusci vuoti, e neanche belli a vedersi. Neanche lisci. Neanche lucidi. Neanche luci in lontananza su una spiaggia desolata. Solo gusci. I fottuti gusci dell’illusione.
I giorni, i mesi e gli anni non vedono una lacrima versata. Perché, in fondo? Qual è il movente?
Solo una strada fatta di pietruzze bianche. Quelle fastidiose, quelle pallide. Quelle che portano alla stazione.
La realtà è che dietro non c’è più nulla. O c’è troppo.
Ed è meglio così. Ora sulle labbra torna il gusto di un morso. Di una stretta rubata. Torna il profumo della sera, una di quelle sere che segna l’esistenza, ma te ne accorgi solo dopo. Solo quando una fotografia scattata con la mente torna a far sentire i suoi bordi sotto le dita.
Torna quel bisogno di sera. Quel bisogno di lampioni vissuti in una solitudine a due. Una forza che ti spinge a chiudere le tapparelle e sorridere. Una forza che chiede solo che arrivi il giorno, ma vuol godere della notte. La forza che legittima il bisogno di se stessi. Il bisogno di guardarmi e sentirmi.
E traccia una linea lì dove è iniziato un nuovo capitolo della vita.

E fine.
Sento la mia Musa. Adesso, solo per me.

Dimmi dov’è

Dimmelo tu, dimmi tu dov’è quella luce di cui parli. Dov’è realmente quel sole che trapela dalle persiane. Dove sono i tuoi fogli, la tua scrittura incomprensibile. Non riesco a crederti, eppure sei l’unico desiderio che mi ruba anche gli incubi. Credo che dovresti fidarti di me, ogni volta che sorridi e sposti lo sguardo dai miei capelli al vuoto davanti a te. Per non svelare le tue intenzioni. Per non svelare la tua timidezza. Per non sembrare fragile. Ma è quella fragilità che io ricerco ad ogni passo. E’ quella fragilità che mi taglia il respiro quando tra un silenzio ed un sorriso abbozzato vorrei solo abbracciarti delicatamente. Delicatamente. E poi forte. Stretto, stretto come se quelle ore che si sciolgono tra le nostre parole stessero scivolando via per non tornare mai più. 
E mai più torna quel profumo. Mai più, perché ogni volta è come non averlo mai sentito. Eppure è familiare, tra i corridoi che percorrerei ancora e ancora. Per aprire quella stanza e ritrovare una intimità che il mondo non conosce. Solo nostra. Così nostra che a volte non è reale. A volte non è mai esistita. Ma poi vederti lì, sicuro nella tua camicia, dietro al tuo sguardo calmo e distruttivo.
Non riesco a crederti, eppure sei l’unico desiderio che mi ruba anche gli incubi.

Come un fiume…vetro e fumo

Come la mano delicatamente poggiata sulla nuca. Come il tempo che scorre imitando l’acqua sulle pietre erose. Come la pioggia che inesorabile compie il suo ciclo nonostante tutto. Come un profumo, sempre lo stesso, che ti manda a puttane il sistema endocrino. Come un respiro sul collo che non mi perderei per nulla al mondo. Come una emozione condivisa che non tornerà mai più. Ed è capitata per puro, semplice, fottuto caso. Come la stretta allo stomaco che ti prende quando sai di dover ingoiare qualcosa di duro, di pungente. Magari un po’ di gelosia, magari un po’ di rabbia. Sai che lo devi ingoiare per non perdere quei momenti che chissà quando ricapiteranno. Come una risata perfettamente scandita sotto le dita. Come un “si, continua” seguito da un applauso silenzioso. Come una parole lì sulla punta della lingua, che non verrà fuori. E lo sai benissimo. E sai benissimo che non accadrà e che ti senti, e ti sentirai per i giorni a venire, un coglione patentato. Come il corpo che non conosce dolore, né fame né alcun bisogno che sia fuori da quelle mura di pace e solitudine a due.

Come un fiume di emozioni di cui vuoi liberarti. Per non affezionarti troppo. Per non farlo troppo tuo. Per non sentirlo scendere, goccia a goccia, sotto la pelle. E infettarti l’anima. Come un fiume che fa paura, limpido e nero. Nero e limpido. Perché annegheresti volentieri in quegli occhi. Perché ti lasceresti stringere volentieri da quelle mani. Stringere il collo, semmai. Perché è quello che sta accadendo, e niente di più. E tu non puoi farci nulla, devi ingoiare quel boccone pungente come la gelosia. Come la rassegnazione cieca.
E allora cerca per il fiume un letto più capiente di un cuore di vetro tagliente e fragile. Cerca un letto, che non sia il mio, che porti quelle emozioni silenziose a implodere nel nulla.
Perché io ti amo, in un respiro sul collo e in una emozione condivisa che non tornerà più, perché è capitata per puro, semplice, fottuto caso. Ma per questo fottuto caso, io ti amo.

E poi l’impossibile

Odore. Mani. La porta. Una sedia. Uno sguardo. Un sorriso. Interpretato male. Ne sono sicuro. Interpretato male. Tu non stavi pensando quelle cose. Sul mio conto. Tu non stavi pensando a me. Un sussurro e quel profumo. Maledizione. Ne morirei. Piano. Sorrido. Sfuggo. Sfuggi. La porta. E un gesto interpretato male. Ancora una volta. Un brivido insolente. Mi vergogno. Abbasso lo sguardo. Mi piace farti ridere. Se tu ridi con me. Per me il mondo finisce lì. Collassa sulle tue labbra. Passo le dita sulla mensola bianca. I libri. La mia mano. I capelli mi ricadono sugli occhi. Essere sfiorato. Il pensiero di una carezza. Un sussurro e quel profumo. Maledizione. Ne morire. Solo se.

Un filo di luce

Un profumo solo accennato. Fingo di non desiderare quell’abbraccio. Poi te lo chiedo. Ma continuo a fingere di non ricercarlo con tutto me stesso. Poi tu stringi, e stringi. E sussurri qualcosa. Non ti sento, non comprendo le tue parole, ma va bene così. Affondo nella tua giacca, ed è questo che conta. Quando sono lì perdo il contatto con ogni senso. Non solo il mio udito. Perdo anche il contatto col suolo. Perdo anche il contatto col mio stomaco. Sotto le dita la consistenza della tua sciarpa si dissolve. Cado sulla camicia, sui jeans, sul tuo collo. Cadono sul pavimento le ultime gocce di pensiero. Che non mi appartiene più. Ho perduto anche la disperazione di reagire. Sono qui e affondo la fronte su una spalla che mi sembra di conoscere da sempre.